YOU vs ME = US

Titolo: YOU vs Me=US

Genere: Young Adult/Sport Romance/College Romance/First Love/Hate To Love

Distribuzione: Amazon & Kindle Unlimited

Prezzo Ebook: €2,99

Prezzo Cartaceo: €15,60

COACH WILSON

Sono trascorsi cinque anni di pace assoluta. La mia vita è filata liscia come l’olio, senza nessun intoppo, nessuna preoccupazione allarmante. Il mio unico pensiero è stato quello di crescere la piccola Susan e venire al lavoro. Nient’altro.

Pace assoluta.

E tutto questo benessere lo devo a un’unica persona: Kassy. La mia fantastica e responsabile figlia maggiore. Lei mai, nell’arco di questi cinque anni, mi ha dato modo di stare in pensiero.

Le sue giornate si dividono tra la scuola, gli allenamenti e le uscite con quel bamboccio di fidanzato che si è scelta, un ragazzino belloccio che ho già messo in guardia e al quale ho tolto dalla mente ogni pensiero strampalato su mia figlia. Lei è una con la testa sulle spalle, caparbia come un mulo e, per mia fortuna, lontana anni luce dai problemi amorosi.

Derek, il bamboccio, è il classico figlio di papà, proviene da una famiglia benestante, guida una macchina enorme e sicura e riporta la mia bambina a casa in perfetto orario. Lei esce solo il venerdì e la domenica e, alle undici spaccate, apre la porta della villetta in cui viviamo, mi deposita un bacio sulla guancia e fila a letto.

Ma la cosa davvero magica di tutto questo, è che lei è stramaledettamente felice. Lo so perché, sotto insistenza di Liz, ho provato a parlarle un miliardo di volte e lei mi ha risposto sempre nello stesso modo: la mia vita mi piace, papà!

Kassy adora la vita che si è creata, questo scorrere tranquillo degli eventi che rende tutti, me per primo, fiero di lei.

Ma ora… è un cazzo di casino!

Io non ho la palla di cristallo, di certo non posso prevedere il futuro, ma questo… be’, questo potrebbe indovinarlo anche un bambino.

Jacob O’Brien sta tornando a Londra e il suo rientro non sarà indolore.

«Coach Wilson, ha capito quello che stiamo dicendo?».

«No!», ribatto senza neanche pensarci su. E non perché non abbia ascoltato. Se avessi potuto mi sarei tappato le orecchie. Io, quello che mi hanno appena comunicato, non lo voglio capire! Perché quel nome non voglio sentirlo.

«La società ha investito moltissimo su quel ragazzo. Crediamo che possa fare cose positive all’interno della squadra. Potrebbe essere un valore aggiunto…» e bla, bla, bla.

«È troppo indisciplinato», dichiaro schietto, interrompendo il flusso di tutte le stronzate che vogliono propinarmi. Mi sistemo meglio sulla sedia alla ricerca di una posizione che mi faccia apparire meno rigido, ma sembra che sia fatta di spuntoni aguzzi, perché più mi muovo, più peggioro la situazione.

Sarebbe stato impossibile, visto il mio ruolo, non aver sentito le voci che circolano su di lui. Come avrei potuto ignorare “la nuova stella nascente del rugby”?

Jacob è bravo, ha tecnica, è un gran numero dieci. Ma questo lo sapevo già. Del resto, a formarlo è stato mio fratello Tom e lui è un mago nel plasmare i suoi ragazzi. Li prende con un mucchio di problemi e ne fa dei campioni. Ma se Jacob ha ripreso le qualità del suo maestro, ha ereditato anche i difetti, quelli della sua giovinezza, almeno. Ecco, Jacob è la versione 2.0 del Tom original edition. Ancora più stronzo, ancora più idiota, ancora più indisciplinato.

I suoi voti a scuola, da quando si è trasferito in Scozia, sono precipitati e sono davvero pessimi. Rumors interni del settore lo descrivono come uno che risponde a tono, alza la voce e, in un paio di occasioni, anche le mani. I giornali locali mostrano più foto di lui con una birra in mano che azioni in partita. Poi, però, scende in campo e fa magie degne di un campione esperto e tutte le sue sparate vengono condonate.

«Siamo sicuri che saprà gestirlo».

«Non mi serve un elemento del genere in squadra», mi impongo deciso e stringo i pugni più che posso. Sarà una guerra, perché è vero, io posso gestirlo… ma Kassy?

«Non le stiamo chiedendo un’opinione», replica uno dei due tizi in doppiopetto, quello che dovrebbe essere il manager di Jacob, se non ho capito male. Proprio lui si alza in piedi e si abbottona la giacca. «L’accordo è già stato siglato. Inizierà ad allenarsi tra due settimane. Sono sicuro che troverete un punto d’incontro. Jacob è molto eccitato per questa nuova sfida».

Vorrei ben vedere. Sono i Saracens!

«Se dovessero esserci incomprensioni o “incidenti” con me o con i ragazzi…».

«Non ci saranno», taglia corto l’altro uomo, uno degli avvocati della società. «Abbiamo stilato una serie di clausole che Jacob dovrà impegnarsi a rispettare. Il rugby ha un codice etico-morale molto rigido. Concederemo al ragazzo un anno di prova, se rispetterà i punti cardine, confermeremo il contratto, altrimenti sarà fuori».

«Posso conoscere questi “punti”?».

«Ma certo», acconsente il manager ed estrae dalla ventiquattrore un plico, che sfoglia fino ad arrivare a una pagina, che dispone davanti ai miei occhi. Sembra molto sicuro di sé. Io, al suo posto, non lo sarei per niente.

Mi sporgo un po’ ed esamino la lista. Ci sono un mucchio di paroloni e clausole scritte in maniera minuscola. Mi prendo il mio tempo e le studio con attenzione alla ricerca della fregatura. Ma, in sostanza, capisco che se Jacob vuole rimanere nei Saracens, dovrà risollevare la sua media scolastica portandola almeno alla sufficienza; niente risse; uscite serali limitate; niente alcol.

Mi spunta un naturale e involontario sorriso sulla faccia. Jacob dovrebbe trasformarsi in un santo. È impossibile.

Tra un anno, forse anche prima, me lo sarò tolto dalle palle.

«Va bene», dichiaro una volta finito di leggere, alzandomi in piedi. Stringo la mano al manager, soddisfatto. «Posso avere una copia di questo foglio?».

Lui, confuso dal mio cambio d’umore, ma all’apparenza felice, muove la testa su e giù.

Io passo la mano sulla lista, faccio scorrere il dito sull’inchiostro nero e dentro di me esulto.

Me lo incornicio questo cazzo di foglio!

JACOB

Tornare alla Wilson Sport Therapy Academy è come rientrare in casa dopo un lungo viaggio. Attraverso i larghi corridoi del centro sportivo mentre Till I Collapse esplode dagli auricolari e copre il battito del mio cuore, che rischia di scoppiarmi nel petto. Proseguo passando per il prato e calpesto quell’erba uguale a tutte le altre nel mondo, ma che per me è speciale. Profuma di famiglia. Nonostante siano cambiate tante cose e questo posto ora sia più grande e profondamente diverso, continua a farmi sentire bene, come se fossi nel luogo giusto, quello in cui potermi sentire amato.

Sono di nuovo qui, sono tornato dove la vita ha deciso di darmi una seconda possibilità, dove sono rinato.

La prima cosa che faccio, senza nemmeno pensarci troppo, è dirigermi in palestra. Sono sceso dall’aereo da poche ore e mi sono diretto subito al WSTA. La società mi ha messo a disposizione un alloggio, ma io ho chiaro in mente quello che devo fare. Non ci saranno intoppi né distrazioni. Non mi farò portare sulla cattiva strada e c’è un solo modo per rimanere concentrato: chiedere aiuto a Tom. Spero che abbia una camera per me nella struttura, perché sento che solo se potrò vivere qui riuscirò nel mio intento. Ho bisogno che mi aiuti, non posso farcela da solo.

Andrò a scuola, agli allenamenti e poi nella mia stanza. Tutto questo per un anno, quello fondamentale, quello in cui dimostrerò di che pasta sono fatto.

«Non ci posso credere!». La sua esclamazione coincide con la fine della canzone e si confonde con il rumore del bilanciere che quasi lascia cadere a terra. Io lo fisso e solo ora riesco a capire le sue parole, quando mi ha scritto in un messaggio: ho una sorpresa per te!

«Ma che cazzo hai fatto?», domando scioccato, mentre dalla sorpresa il borsone mi scivola dalle mani.

«Trentacinque chili, amico mio», esclama James venendomi incontro. Mi abbraccia e quasi mi stritola con la sua massa muscolare imponente. «Coach Wilson dice che sono un otto perfetto».

«Be’, che sorpresa!».

«Sì, era per questo che non accettavo mai le tue videochiamate», scoppia a ridere e il suo vocione riempie tutta la sala deserta.

«Mi hai fatto rimanere di merda». Mi dà un pugno sulla spalla che mi costringe a fare un passo indietro e continua a ridere. I suoi occhi chiari sembrano brillare e i capelli castani contribuiscono a illuminarlo. Ma non è solo il suo aspetto a essere cambiato. Sul suo viso c’è un sorriso che un tempo non aveva e che invece ora è parte di lui. Sembra così sereno, in pace, lontano anni luce dal ragazzino che ho lasciato cinque anni fa: impaurito, triste, ma con la determinazione di gettarsi il passato alle spalle.

«Ti trovo proprio bene, James», ammetto sorpreso e sinceramente orgoglioso di lui.

«Lo credo bene», si intromette una voce femminile alle mie spalle. «Ci siamo fatti il culo per trasformarlo in un sex symbol».

Mi volto e la vedo, con la sua corporatura esile, i capelli legati in minuscole e innumerevoli treccine, la sua carnagione scurissima e quegli occhi grandi e profondi in cui mi sono rifugiato non so quante volte.

«Keyah!». Mi tuffo tra le sue braccia e la sollevo da terra facendole fare una piroetta, mentre la sua risata mi entra nelle orecchie.

«Ciao, stronzetto», mi saluta scompigliandomi i capelli, mentre prova a sciogliersi dalle mie braccia. «I Saracens, eh?!».

«Colpo grosso, bro».

«A quanto pare», concedo passandomi una mano dietro la testa, imbarazzato. Quando Clint, il mio manager, è venuto a dirmi che sarei dovuto tornare a Londra, il mio cuore ha fatto un tuffo per l’emozione. Quando poi ha nominato i Saracens, sono letteralmente saltato in aria. Era tutto quello che desideravo, giocare con la mia squadra del cuore e tornare a casa.

Tornare da lei.

Mi guardo intorno e aspetto che dalla porta compaia l’ultima delle amicizie che ho lasciato. Eravamo un quartetto perfetto, sempre insieme, ognuno la spalla dell’altro. Con Keyah e James sono rimasto in contatto, ma con lei le cose erano diverse. Le avrei solo spezzato il cuore giorno dopo giorno e anche io, a dirla tutta, non sarei stato tanto bene.

«Si sta allenando», mi informa Keyah, leggendomi nel pensiero.

«Okay». Mi dispiace. Ho immaginato questo momento almeno un migliaio di volte mentre ero in aereo e, in tutte, lei era la prima persona che abbracciavo. Il suo sorriso era il primo che vedevo. Era lei che stavo cercando.

Ma lei non c’è.

Non è venuta.

Lei e Keyah sono inseparabili e ho mandato un messaggio a James prima di salire sull’aereo. Sapevano che sarei arrivato da un momento all’altro. 

Lei sapeva che sarei arrivato al centro e non è voluta venire a salutarmi. La cosa mi spezza il cuore. Ma non importa. Forse lo merito. Se questa è la sua punizione la accetterò e, ‘fanculo, sarò io a fare il primo passo.

«Vado a salutarla».

Faccio un passo avanti in direzione della porta che sbuca sul campo da rugby, ma James mi richiama.

«Bro, non da quella parte».

Mi volto per guardarlo negli occhi e scrollo le spalle senza capire.

«Avete cambiato anche gli ingressi?», domando confuso.

«Non è al campo», spiega lui, imbarazzato.

«Devi andare da quella parte», indica Keyah, poi alza il dito e mostra una scritta all’interno di una freccia. Resto per un attimo interdetto, con la bocca spalancata e i pensieri in subbuglio. Quante cose mi sono perso in cinque anni?

KASSY

Velocità.

Ritmo.                       

Precisione.

Ascolto Fire More Hours sparata dalle casse e inizio. Questa è la mia occasione e non intendo sprecarla. La mia esibizione sarà perfetta.

Eseguo una dietro l’altra le serie di salti che compongono la coreografia che ho contribuito a creare con Luke, il mio allenatore. Il ghiaccio schizza sotto le lame dei pattini, io vedo solo bianco, solo la pista che mi accoglie e mi integra.

Finché non arriva.

Quella maledetta sequenza che ormai è diventata la mia ossessione: un doppio Axel seguito da un triplo Toe Loop.  Mi do la spinta, salto, volteggio, ma quando atterro per completare la prima figura, perdo l’equilibrio e finisco a terra. Intorno a me solo ghiaccio, eppure non sento freddo perché dentro ho così tanta rabbia che potrei scioglierlo con il solo contatto del mio corpo.

La voce di Luke quasi sovrasta la musica.

«No!», grida e alza una mano per fare segno al tecnico del suono di interrompere. Io mi rialzo senza perdere tempo, con il fiatone e l’incazzatura di una che, ancora una volta, ha fallito. So benissimo dov’è il mio errore e non riesco a correggerlo.

«Atterri male», spiega venendomi incontro.

Lo so da me e sentirmelo dire non fa altro che farmi innervosire ancora di più.

«Vuoi qualificarti oppure no?», mi provoca. «Perché se hai intenzione di mollare, dimmelo. Smetto di venire a perdere tempo con te di domenica e mi concentro su qualcuno di più motivato. June non vede l’ora di prendere il tuo posto, quindi dimmi tu, Kassy, vuoi iniziare a impegnarti o lasciamo perdere?».

«Riproviamo», quasi balbetto. E non perché mi abbia ferito. Ho scelto proprio lui perché è duro, schietto. Luke se ne frega del mio cognome. A lui non importa se sono la nipote di Tom Wilson, proprietario, insieme ai suoi fratelli, di questo posto. Ho guadagnato la sua stima giorno dopo giorno, faticando più degli altri ragazzi. Questo è il primo anno che il centro si candida per partecipare alle gare di selezione per la nazionale e sono stata scelta io come bandiera. Non ho intenzione di deludere mio zio Tom, mio padre, Luke ma, soprattutto, non deluderò me stessa.

«Non sono stanca», lo informo decisa a riprovarci ancora, finché non sarò riuscita a fare quel maledetto salto.

«Non serve a niente, adesso», si impone voltandomi le spalle. «Vai a farti una doccia. Ci vediamo domani».

Resto sola sulla pista di pattinaggio, intorno a me solo il bianco del ghiaccio rigato dal mio passaggio. Dovrei seguire il suo consiglio e andare via, ma non ce la faccio, perciò ciondolo piano, e intanto rifletto sui miei errori, cercando disperatamente di scacciare il pensiero che da una settimana mi ossessiona.

Finché proprio lui prende forma, si palesa e mi ghiaccia.

«È uno stronzo». La sua voce, dopo cinque anni, è cambiata. È più roca, imponente, da uomo, eppure, anche se non lo vedo, lo riconosco all’istante. «Ciao, comunque».

Con immensa fatica mi volto e mi scontro con i suoi occhi verdi che mi squadrano come se mi vedessero per la prima volta.

È così, in realtà. L’ultima notte che abbiamo trascorso insieme ero solo una bambina, adesso sono una donna.

Resto per un attimo a osservare il suo viso, il modo in cui si è trasformato. Solo gli occhi sono rimasti uguali, sereni, ma sempre con quell’alone di malinconia che lo accompagna da quando lo conosco. La mascella è più squadrata, è più alto, più muscoloso. Infinitamente più bello dall’ultima volta che l’ho visto.

«Ci conosciamo?», sputo fuori con tono altezzoso. Irrigidisco la schiena e provo a rimanere impassibile, anche se vorrei far correre i pattini il più lontano possibile.

«Stai scherzando, vero?».

Scrollo le spalle e fingo di non capire. Lui sorride voltando la testa di lato. Una piccola fossetta si forma ai lati della sua bocca. Ho passato una notte intera ad accarezzarla, prima che lui si eclissasse per cinque lunghissimi anni.

«Piccola, sei ancora qui». Una voce interrompe questo nostro momento e ci fa sussultare.

Derek, il mio fidanzato, appare nella palestra e resta fermo sulla porta. Lui si volta e lo squadra e io, dentro, mi sento impazzire.

«Faccio una doccia e arrivo», comunico prima di far scorrere i pattini sul ghiaccio.

«Kas…», mi richiama lui e le mie gambe, come fosse un ordine, si bloccano. Mi giro piano e provo a trattenere le lacrime. Devo riuscirci piuttosto bene, perché il suo sguardo si indurisce. Stacca le mani dalla ringhiera e con una scrollata di spalle conclude: «Niente, lascia stare».

Poi raccoglie il borsone da terra e se ne va. Io, in quel momento, rivivo nella mente la scena di me dodicenne che lo cerca disperata, che vorrebbe implorarlo di non lasciarmi. Rivedo la sua stanza vuota, il letto perfettamente rifatto come se non fossimo mai esistiti, la sua totale assenza, per cinque fottuti anni.

Jacob è stato il primo e l’unico a ferirmi. E io non gli permetterò in alcun modo di farlo ancora.

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