Don’t Let Me Down

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Titolo: Don’t Let Me Down

Genere: Music Romance / New Adult

Distribuzione: Amazon & Kindle Unlimited

Prezzo Ebook: €2,99

Prezzo Cartaceo: €15,00

Ascolta Link With Reality

ADAM

IL DOTTORE – Seduta #1

«Avevo cinque anni quando Kurt Cobain capì che non aveva più niente da offrire al mondo e si sparò un colpo di fucile in testa. Era strano. Io non sapevo nemmeno chi fosse Kurt Cobain. Invece l’opinione pubblica ne rimase scioccata. I telegiornali trasmettevano la notizia senza sosta, tutti supponevano, indagavano e cercavano spiegazioni in un gesto che di razionale non aveva niente. Io assistevo a questo spettacolo mediatico con distacco, senza sapere che pensare. Finché mio padre non disse qualcosa, del tipo: uno straccione in meno. O una roba del genere. Lo guardai e mi chiesi da dove provenisse tanta crudeltà. A cinque anni un bambino non dovrebbe saperne niente della morte, ma quando tua madre chiude gli occhi davanti a te, promettendoti di riaprirli poco dopo e invece non lo fa, ti fai l’idea che sia qualcosa di definitivo e catastrofico».

«Mi parli della morte di sua madre».

«Non c’è molto da dire», continuo con una scrollata di spalle. «Ero in macchina con lei e un’auto ci è venuta addosso. Lei è morta. Io no».

«Non le sembra strano che quando le ho chiesto di parlarmi del suo ricordo più lontano, lei mi abbia raccontato di Cobain e non di sua madre?».

«Perché mai?! Cobain è stato più famiglia per me di quanto lo fosse stata mia madre», ribatto perentorio e nel farlo estraggo dalla tasca dei pantaloni una sigaretta. Vorrei dell’erba adesso, ma dovrò accontentarmi della nicotina, sperando che basti a calmarmi. La punta della cicca prende vita, si illumina e io aspiro una lunga boccata prima che lui intervenga.

«Non si può fumare qui dentro». Indica un cartello alle sue spalle con scritto no smoking. Faccio un nuovo lungo e consolatorio tiro, poi la spengo nel posacenere. Avrei proprio voglia di chiedergli cosa diavolo ci faccia un posacenere sul tavolino, ma rinuncio, perché la vita in fondo è solo un mare di eventi senza senso, e questa stanza non fa eccezione.

«È da Cobain che nacque la passione per la musica?».

«Oh no», mi affretto a rettificare, sistemandomi meglio sul divanetto in tessuto grigio. Con questa domanda sono a casa, un posto che non amo, perciò è normale che io sia teso. «Quella è arrivata con i Beatles».

«I Beatles», ripete lui e nel frattempo scrive sul suo blocchetto. Cosa, non lo so e non mi interessa. Questa storia, in fondo, è di dominio pubblico. Tutti sanno chi sono, cosa faccio, cosa mi piace. Io sono un libro aperto per l’intera popolazione mondiale. Basta aprire Google e digitare il mio nome per svelare ogni minima curiosità riguardante la mia vita passata e presente. Qualche tempo fa scrissero addirittura un articolo di due pagine incentrato sui miei gusti culinari.

La storia dei Beatles è vecchia, la conoscono anche i bambini, a questo punto. Ma voglio essere collaborativo, perciò sbuffo e decido di raccontarla. Di nuovo.

«Conobbi Ziki a quindici anni. Frequentavamo lo stesso istituto, un posto per gente ricca, dove nessuno dei due amava stare», inizio a raccontare e il solito sorrisetto malinconico mi compare sulla faccia. Lo avverto e non posso impedirlo. Mi stritola la gola e mi fa mancare un battito. È così ogni volta. «Un giorno portai con me la chitarra. Mio padre è Ralph Kimmel, sa, il famoso direttore d’orchestra».

«So chi è suo padre». Si sistema gli occhiali e sorride compiaciuto. «Lo ammiro molto».

«Contento lei», lo sfotto, poi riprendo. «Comunque, quando cresci con un polistrumentista di fama mondiale è impossibile non saper suonare uno strumento. A quindici anni io ero già un formidabile pianista e chitarrista. A volte ho accompagnato mio padre nelle sue esecuzioni al pianoforte ed ero già apparso in qualche cd. La musica classica era il mio pane quotidiano. Ero un bambino molto solitario, avevo pochi e selezionati amici, non partecipavo alle feste. Insomma, ero un disadattato. I miei strumenti erano i miei compagni. Io studiavo e mi esercitavo. Per ore, ogni giorno. Anche se per mio padre non era mai abbastanza».

«Ha mai avuto modo di esternare questa sua insofferenza?».

«Insofferenza, dice, eh?!». Mi viene da ridere. «Mio padre era un vero dito al culo, mi creda». Sobbalza nel sentirmi parlare così, ma non posso trattenermi. Quando si tratta del grande Ralph Kimmel non riesco proprio a moderare i termini. «Lui voleva farmi diventare la sua fotocopia, e ci stava anche riuscendo. L’unica cosa che desideravo io era compiacerlo, fare in modo che mi dicesse che ero bravo, che un giorno avrei potuto mantenere viva tutta la sua eredità. Ma non lo fece mai. E così, decisi di ottenere il consenso che cercavo in altri modi».

«Si spieghi meglio».

«Le stavo raccontando di quando conobbi Ziki», riprendo il discorso. «Quando mi vide con la chitarra sulle spalle si avvicinò a me. L’avevo portata perché subito dopo scuola avevo un’esibizione in un piccolo teatro con un’orchestra. Lui mi disse: hey, cazzone, la sai suonare quella?». Il sorriso si allarga sempre di più, la gola si serra e mi costringe a deglutire per rendermi conto che non sto davvero soffocando. Ripensare a quel momento fa nascere nel mio petto una malinconia sconfinata che non riesco ad arginare, e allo stesso tempo un senso di benessere e gratitudine.

«Mi parli di Ziki».

«E cosa c’è da dire che non sia stato detto?», ironizzo. «Tutto il mondo conosce Ezekiel Larson e lui è sempre stato quello che ha mostrato. Niente filtri, niente maschere. A quindici anni non faceva eccezione. Aveva i capelli lunghi biondi, gli occhi azzurri e un accento inglese fastidioso. Sembrava un angelo alto e aggraziato e suonava la chitarra nel modo più meraviglioso che avessi mai visto. Quel giorno mi chiese se conoscessi i Beatles. Io nemmeno risposi. Era impossibile non conoscerli, ma un conto era sapere chi fossero, un altro era studiarli e apprezzarli. Ziki, da bravo inglese, era un fan sfegatato dei Beatles. Li venerava, cazzo. Così, il giorno seguente si presentò a scuola con un dvd, me lo infilò nello zaino e mi chiese di guardarlo, poi ne avremmo parlato insieme. Era il documentario Let It Be e riprendeva i Beatles mentre suonavano sul tetto di un palazzo a Londra. Era incredibile, la cosa più pazzesca che avessi mai visto e mi lasciò senza fiato. Rimasi affascinato dalla complicità di Lennon e McCartney, il modo in cui si capivano con un’occhiata, come giocavano fra loro. E poi la musica. Cazzo. Era unica. Riconoscibile. Era un sound semplice, ma deciso. Non gli restituii mai il dvd. Lo tenni e lo guardai non so nemmeno quante volte. La sera stessa presi la mia chitarra classica e provai a eseguire qualcosa, ma il suono non era quello giusto e la mia esecuzione non rendeva, sembrava fiacca e vuota. C’era qualcosa che non funzionava, mi serviva di più. Ziki mi invitò nel suo garage. Era un vero e proprio studio artigianale, uno di quelli con le confezioni delle uova attaccate alle pareti. Mi indicò un basso, imbracciò la sua Gibson e prese a intonare I’ve Got A Feeling».

Mi tremano le mani nel raccontarlo, avrei voglia di avere uno strumento, uno qualunque, con me per poterlo suonare. Ci sono emozioni che non sono spiegabili a parole, ma la musica, quella, dice tutto. Se potessi in qualche modo farglielo sentire, capirebbe di certo di cosa sto parlando. «Saprebbe descrivere la sensazione che provò quel giorno?».

«No», mi affretto a rispondere. «Ma potrei suonarla se avessi una chitarra con me. Potrei farle capire cosa si sente quando si nasce, quando si scopre se stessi. Potrei descriverle la libertà».

«È una bella sensazione».

«La migliore». Sospiro e ripenso a quel momento, a quando tutto è cominciato. Ma se i nastri si riavvolgono e i dvd puoi guardarli all’infinito, la vita non torna indietro. Mai. «Lui suonava, cantava, io gli andavo dietro ed era facile, cazzo. Eravamo una sola voce, un solo suono. Solo due strumenti, ma quella sala esplodeva come se ci fosse stata una band intera. E quando la canzone finì mi guardai intorno e capii che avevamo bisogno di occupare tutti gli spazi dentro quel garage. Avevamo bisogno di un gruppo. Così mettemmo un annuncio e formammo una band dal nome Helter Skelter Rock Band».

«È una canzone dei Beatles, giusto? Perché proprio quella?».

«Era il brano che ci veniva meglio e non avevamo tanta fantasia», ribatto subito con una scrollata di spalle. «Noi volevamo solo suonare, non ci andava di sbatterci per elaborare qualche nome originale. Ci riunivamo, ognuno con il proprio strumento e poi cominciavamo. Prendevamo una canzone dei Beatles e mezz’ora dopo ne lasciavamo solo il giro iniziale. La trasformavamo, la rendevamo nostra, consapevoli che quella era la base, ma non sarebbe stata il finale».

«Lei e Ziki eravate i frontman del gruppo?».

«Suonavamo i Beatles. Eravamo una cover band e io e Ziki eravamo Lennon e McCartney. Noi eravamo la band. Decidevamo, organizzavamo e crescevamo. In breve tempo siamo passati dai concerti della scuola ai pub, ai locali. Il nostro nome circolava, ma eravamo pur sempre una cover band. Durante i concerti suonavamo i Beatles come l’originale, sembrava di sentire un cazzo di disco, altre volte, invece, arrangiavamo le musiche oppure cambiavamo qualche parola. Ma non era roba nostra e non bastava più. Un giorno mi presentai in sala e iniziai a suonare un giro nuovo, qualcosa che gli altri non conoscevano. Il brano si chiamava Fucking Paradise, per via dei nostri nomi biblici, suppongo, visto che parlava di me, di Ziki, del gruppo, di mia madre, di quanto la vita sia labile e possa scivolare via da un momento all’altro. Era un insieme di note all’apparenza sconnesse alle quali seguirono parole senza senso logico, eppure, due ore dopo, la stavamo eseguendo come fosse stata una canzone dei Beatles, qualcosa che sapevamo e conoscevamo alla perfezione e che, in modo del tutto illogico, funzionava e ci appariva comprensibile. Era un tappeto di note con sopra qualche parola, inutili da sole, ma geniali se unite insieme. Come noi quattro, del resto. Fu così che iniziammo a comporre e suonare le nostre canzoni. Ziki fu categorico nel voler mantenere almeno una canzone dei Beatles in ogni concerto. Per lui era come un omaggio dovuto alla musica, alle sue origini. E io, in fondo, ero felice di farlo. Era come tornare sulla terra ferma, mi riportava con i piedi alla realtà e mi ricordava che non eravamo degli dei e non avevamo inventato proprio un cazzo. I Beatles l’avevano fatto, noi no. Noi eravamo solo musicisti con un bel sound e qualche parola da mettere insieme. I miti, erano ben altra cosa».

«E quindi è così che nacque il suo gruppo?».

«Cambiammo nome quando Nigel Rox ci fece mettere sotto contratto da un’importante etichetta discografica. Divenne il nostro manager e ci fece capire che mantenere come nome della band un titolo dei Beatles non solo non aveva senso, ma era anche controproducente. Noi eravamo una cosa, il quartetto di Liverpool, un’altra. Il solo pensiero di doverci mettere a pensare a un nome ci faceva accapponare la pelle. Ci provammo, lo giuro. Ci rintanammo nel nostro studio con carta e penna e pensammo a lungo. Alla fine, stanchi, ci mettemmo a suonare finché Nick lanciò le bacchette contro Zack e gli urlò addosso per aver sbagliato un paio di accordi. “Coglione, vuoi metterti a suonare, o cosa? Ti ricordo che non siamo più dei tizi a caso che fanno cover, abbiamo uno stile, per Dio!”. The Random Dudes. I tizi a caso. Lo eravamo eccome! Lo eravamo sempre stati. E lo saremmo diventati presto per il mondo intero».

«E poi?».

«Tutto iniziò a girare in maniera così veloce che in poco tempo mi ritrovai a suonare a petto nudo sui palchi, ricoperto di tatuaggi, con un paio di donne a notte nel letto e strafatto di cocaina e alcol».

«E suo padre?».

«Lasciai casa di mio padre il giorno in cui Nigel mi versò il mio primo compenso. Avevo diciotto anni. Me ne andai in albergo».

«Lui non provò a fermarla?».

«Non lo sento da quel giorno», ammetto serio. «Credo si vergogni di me. A volte, facendo zapping, lo trovo in qualche programma tv e quando gli chiedono di me risponde soltanto: spero che stia bene. Ma mente. Non gliene frega un cazzo di come sto. L’ho deluso, ma posso tollerarlo perché quello che lui non mi ha dato, io me lo sono preso dal fottuto mondo intero».

DUE ANNI PRIMA

1

ADAM

Mi trascino stancamente nello studio di Nigel, gli occhiali scuri calati sugli occhi e un concerto dei System Of A Down nel cervello. Mi sento uno schifo e fatico a stare in piedi. Penso che potrei vomitare da un momento all’altro, ma va bene. So che passerà. Ormai sono abituato.

«Siediti», ordina Nigel nel suo completo di alta sartoria. Alle sue spalle, racchiusi in cornici eleganti, ci sono i nostri dischi. Ognuno di essi ha contribuito a rimpinguare il suo conto in banca e a rendermi quello che sono. Alle sue spalle c’è la mia vita di merda e tutta la mia gloriosa fama.

Porto alle labbra il bicchiere di carta colmo di caffè lungo e Jim Beam e ne bevo una lunga sorsata. Mi brucia la gola per un attimo, ma il calore che si irradia nel mio petto mi rilassa e mi fa mettere comodo sulla seduta in pelle chiara che arreda l’ufficio del mio manager.

«Sei ubriaco?».

E quando non lo sono? Non ricordo più quando è stata l’ultima volta che sono stato sobrio, o forse non voglio ricordarlo.

«Come al solito».

«Adam, ho bisogno che mi ascolti», esordisce serio e teso, troppo. La prima cosa a cui penso è che il mio prossimo concerto non ha raggiunto il solito sold out. La seconda è che uno dei ragazzi ha di nuovo deciso di tirare fuori il proprio lato stronzo. La terza… No, non ce l’ho una terza. La mia vita trascorre così. Queste sono le uniche cose di cui devo preoccuparmi. Scrivere, comporre, incidere. Salire sul palco e suonare. Fare in modo che tutte le persone che lavorano per me possano portare un pasto caldo a casa la sera, dai macchinisti ai manager. Tutti, una volta finita la giornata tornano a casa, che sia in periferia o in qualche quartiere di lusso, che sia su un’utilitaria o su una Porche. Tutti hanno uno stipendio grazie a me.

Inoltre devo assicurarmi che non ci siano più colpi di testa. Hanno mandato tutto a puttane l’ultima volta e adesso siamo dove siamo a causa loro. Non permetterò che accada di nuovo.

«È successo un casino», continua lui e tocca dei fogli. Ci passa la mano sopra e sembra sulle spine.

«Nick o Zack?».

«Uhm?», mormora in risposta, confuso. Per un attimo la sua immagine si fa sfocata, così bevo ancora e prendo forza.

«Chi è che sta rompendo i coglioni dei due?».

«Nessuno, Adam», mi riprende. «Loro non c’entrano».

«Allora che c’è?».

Sospira. A lungo. Mi sta dando i nervi.

«Adam». Odio quando usa il mio nome con quel tono prima di iniziare un discorso. Come a dire: adesso, moccioso del cazzo, fai silenzio e ascoltami perché è un uomo adulto che ti sta parlando. È una cosa che fanno i padri e io non ne ho uno. C’è stato un momento in cui Nigel ha scambiato il suo ruolo per un altro e ha ben pensato di poter sostituire la figura genitoriale che non ho mai avuto. Sono stato parecchio incisivo nello specificare che non mi occorreva che lo facesse. Gliel’ho gridato da un palco con sotto sessantamila persone che urlavano insieme a me, gli ho dedicato una canzone, Glorious Father, scritta da me proprio per specificare quanto odiavo quello che stava facendo. In un verso recitavo:

you live and teach, / tu vivi e insegni

but i piss on your words / ma io piscio sulle tue parole

glorious father / padre glorioso

shoot again / spara ancora

famous father / padre famoso

we fucked each other / ci siamo fottuti a vicenda

Poi, con lo sguardo fisso nella telecamera, visto che di quel concerto ne abbiamo fatto un film, ho alzato il dito medio e urlato: fottiti Nigel Rox.

Sì, lo ammetto, la canzone non l’avevo scritta per lui, ma per quel gran cazzone di mio padre, eppure in quel contesto mi sembrava appropriata.

Credevo che avesse recepito il concetto, ma forse sbagliavo.

«Cosa ricordi del concerto di Berlino?».

Mi schiarisco la voce, bevo e provo a fare mente locale. Uno stadio, un mucchio di gente che urla il mio nome. Un concerto grandioso, musica perfetta. Il resto è buio completo.

«Cosa dovrei ricordare?».

«Il dopo concerto».

Ah, quello! No, non ricordo, ma presumo sia finito come tutti gli altri. Una montagna di coca, bottiglie sparse qua e là, una donna sul mio uccello e una sulla mia faccia. Difficile che ce ne sia stata solo una, probabile fossero due, meraviglioso fossero state tre, impossibile quattro. Ho dei limiti anch’io.

«Come tutti gli altri, suppongo».

Nigel solleva uno dei fogli che ha sulla scrivania e mi mostra una foto. C’è una donna, è bionda, occhi chiarissimi, un fisico niente male.

«La riconosci?».

Scuoto la testa e bevo. L’alcol mi scioglie, mi rende meno aggressivo, più docile. Mi placa e io è così che voglio stare, sedato. Nel momento in cui smetterò, tutta la merda tornerà su e non so se sarò in grado di poterla gestire.

«Nigel, taglia corto».

Nel momento in cui lo imploro di mettere fine a questa tortura e lasciarmi andare in sala a provare nuove canzoni, la porta si spalanca alle mie spalle e sento dei passi avvicinarsi. Zack e Nick si siedono sulle poltrone accanto alla mia, ci guardiamo per un breve momento, finché, stanco, ironizzo: «È una riunione?».

«È un casino», sentenzia Nigel irato. Si alza in piedi, abbottona la giacca doppio petto grigia antracite e passa una mano sui capelli scurissimi. È inquietante.

«Che succede?», se ne esce Nick. Ha i miei stessi occhiali scuri e ci scommetto il mio pisello che il suo caffè puzza di whiskey quanto il mio. Nick è la mia fotocopia, solo che lui è anche arrogante, visto che al momento il suo nome figura tra i primi dieci batteristi al mondo secondo Rolling Stone. Nick Parker è un gran cazzone, ma uno dei più divertenti che abbia mai incontrato e se vuoi sniffare o fumare, lui ha sempre qualcosa di buono da offrire.

«Adam». Nigel mi richiama di nuovo all’ordine e un brivido di fastidio percorre la mia schiena. Il suo tono è severo, accusatorio. Mi sta altamente sulle palle.

«Arriva al punto Rex». Si chiama Nigel Rox, è il suo nome d’arte, quello vero l’ho dimenticato un secondo dopo averlo scoperto. Ma noi lo chiamiamo Rex, come il cane della serie tv Hudson & Rex, perché per noi è proprio come lui. Lui è un difensore, uno pronto a ripulire ogni nostro casino e non importa quanto faccia schifo. Lui è la nostra barriera, il nostro cane da guardia. Io lo so più degli altri, ecco perché non ho mai pensato di abbandonarlo.

«Questa ragazza, in questo momento, sta sporgendo denuncia contro di te per detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio e violenza sessuale». Poche parole. Rex è così. Va dritto ai fatti. Di solito mi piace. Oggi no.

«Che gran cazzata», esplode Zack senza nemmeno scomodarsi a mettersi seduto composto. Se ne sta mezzo sdraiato sulla poltrona bianca, annoiato, in attesa soltanto che questa riunione termini per mettere le mani sul suo basso.

«Adam».

«Smettila di chiamarmi, cazzo!», sbotto nervoso e bevo. Bevo e bevo ancora. Nick mi allunga una canna. L’afferro e me la porto alle labbra. Me l’ha già accesa, un motivo in più per essergliene grato.

«Come lo sistemiamo questo casino?», chiede Nick simulando una parvenza di calma.

«Ho bisogno che tu mi dica cosa è successo a Berlino».

Il problema è tutto qui: io non lo so. Non me lo ricordo.

Scuoto la testa e cerco con tutte le mie forze di ricordare, ma ho un vuoto, come un buco nero. Mi passano per la mente a stento piccoli frammenti del concerto, quello che è accaduto dopo è solo un ripetersi sempre uguale delle cose che faccio ogni fottuta volta. Suonare, drogarmi, scopare, dormire – poco – e poi ricominciare tutto da capo, come una macchina programmata per autodistruggersi.

«Qualcuno di voi ne sa qualcosa?».

«Non abbiamo scopato insieme», ammette Nick. «Me lo ricorderei».

È successo una volta soltanto. Io, Nick e Ziki eravamo così fatti che a stento siamo riusciti a trascinarci in camera. Ad aspettarci c’erano così tante donne che da soli non saremmo mai riusciti a gestirle. È successo e basta. E quello sì, in qualche modo, ce lo ricordiamo.

«Adam ho bisogno di sapere se hai violentato questa ragazza».

«Rex, ma che cazzo!», sbotta Zack perdendo del tutto la calma. «Non esiste. Adam non le fa queste merdate».

Ma è così? Davvero non l’ho fatto? Potrei metterci la mano sul fuoco?

Nigel continua a fissarmi e io guardo lui. Nel mio sguardo passa tutto il mare delle mie insicurezze e fragilità, perché no, non posso giurarlo, né garantirlo. Ero fatto. Non ricordo. E se avessi violentato quella ragazza? Se lei a un certo punto si fosse tirata indietro e io, strafatto di coca e ubriaco, avessi ignorato i suoi no? Se mi avesse chiesto di fermarmi e io non l’avessi fatto?

«Adam, parlami».

«Rex, smettila», lo riprende Nick. «Non l’ha fatto».

Sono i miei amici, loro si fidano di me. Ma io non posso fare altrettanto.

«Adam, devi rispondermi tu».

Aspiro un po’ d’erba, bevo il mio caffè alcolico e poi rispondo. Mi confido, perché se c’è un posto in cui posso farlo, è questo qui.

«Io non lo so».

2

DESTINY

«Tre. Due. Uno. Siamo in onda».

«Caffè nero, giornale. Ben svegliata New York. Pronta per una nuova magnifica giornata?».

Sussurro le parole insieme a Lively Florence. Sempre le stesse, sempre con la stessa intonazione. Sempre con lo stesso sorriso, nonostante le rughe sul suo volto settantenne e i vent’anni alle spalle di questa trasmissione. Lively si muove sul palco come fosse casa sua. Sono le sette del mattino e come ogni giorno sta svegliando New York con la sua solita grazia e disinvoltura, offrendo una carrellata di informazioni che spaziano dal clima all’oroscopo, dalla politica allo spettacolo e infine alla cronaca. È una trasmissione che accompagna i newyorkesi da vent’anni, che ha avuto il via con lei e che ormai è un’abitudine per le famiglie. Il jingle in entrata è uno dei più suonati in America, musica di infinite suonerie di cellulari. Il volto di Lively è una leggenda, qualcosa di intramontabile nonostante l’età. Il suo corpo, senza alcun ritocco, è un tempio, frutto di instancabili sedute di allenamento, prima, e di fisioterapia, adesso.

«Destiny, hai un minuto?». La mano di Martin Roger batte sulla mia spalla e mi risveglia dall’incanto che provo ogni mattina nel vedere dal vivo quello che Lively porta in casa degli americani. È magia. Ma oggi Martin, il suo manager, ha deciso di spezzarla e trascinarmi via. Lo seguo passando dietro le telecamere e lo affianco lungo il corridoio che conduce al camerino di Lively. È una stanza grande quanto il salone di casa mia, arredato nei minimi dettagli. Ci si potrebbe vivere qui dentro.

«Ascolta Destiny», esordisce Martin ed estrae una bottiglia di succo di frutta al mango dal frigobar. «Ho avuto una riunione con il consiglio della rete ieri sera e volevo parlarne prima con te perché, be’, sai, tu sei quella che riesce meglio di tutti a far ragionare Lively».

«Martin, cosa devi dirmi?». Conosco quel tono da mettiti seduta sta per arrivare una catastrofe. Negli anni ne abbiamo affrontate molte. C’è stata la crisi tra Lively e suo marito, Bart Rich, noto attore di fama internazionale, dal quale ha divorziato per poi risposarsi tre anni dopo. Poi è seguito lo scandalo con Peter Mulsky, uno stagista di Good Morning, New York! con il quale si vociferava che Lively avesse una tresca. Lui aveva appena compiuto vent’anni, lei ne aveva già sessantadue. Peter è stato cacciato dalla trasmissione e dubito troverà di nuovo lavoro nel settore. Lively ha molti difetti, ma non è infedele. Infine è stata accusata del furto di una borsa Bulgari all’interno di un negozio sulla Fifth Avenue. Lively Florence che ruba una borsa, che articolo da quattro soldi! Io e Martin abbiamo smontato l’accusa pezzo per pezzo e dopo averlo fatto, mentre frugavo nella sua cabina armadio alla ricerca di un vestito adatto a una serata di gala da farle indossare, ho trovato quella stessa borsa ben nascosta. Sì, l’aveva rubata. Volevo provare quel brivido, ha commentato quando, furiosa, gliel’ho messa sotto gli occhi. Suo marito si è fatto una grassa risata, lei ha tentato di regalarmela, io mi sono sentita una merda nei confronti di quel giornalista che avevo fatto passare per un diffamatore. Ma Lively, nonostante i suoi mille difetti e le sue eccentricità, è sempre stata la mia priorità. Io sono la sua assistente e se riesco a mandare avanti la mia casa, lo devo soltanto a lei.

«Lively ha un’età ormai. Per quanto pensi che possa andare avanti?».

All’infinito. È un dato di fatto. Lively Florence è un evergreen, non passa di moda e non invecchia. Lei c’è, sempre.

«Martin, arriva al punto».

«La rete ha deciso di sostituirla con Crystal Lanstrict».

«Cosa?!?». Per poco non mi strozzo con la mia stessa saliva. «Crystal Lanstrict? Ma è una ragazzina». Ha solo ventidue anni ed è un’incapace totale. Da quando è una bambina i suoi genitori spingono per farla entrare nel mondo dello spettacolo, ma la ragazza è priva di alcuna velleità artistica. Non sa cantare, né recitare, né ballare. Finora si è tenuta a galla grazie a qualche pubblicità e reality tv, ma è impossibile che una persona simile sia in grado di reggere un talk show come Good Morning, New York!

«Senti, DiDi, che vuoi che ti dica?», minimizza Martin. «Lively deve smettere prima o poi. Ha settant’anni, per l’amor di Dio! Non puoi pensare che si svegli ogni mattina alle cinque fino alla morte».

«Lively soffre d’insonnia, Martin. Si alza dal letto a quell’ora anche nel weekend».

«Beh, non so che dirti. È così e basta».

«Quindi?».

«Devi dirglielo tu. Sei la sua assistente personale, è compito tuo».

«Sei il suo manager, Martin», ribadisco. «Questo genere di notizie spettano a te».

«Non posso farlo».

«E perché no?».

Sposta il peso da una gamba all’altra e giuro che sto per saltargli al collo. Lavoro in questo ambiente da troppo tempo ormai per non averne compreso le dinamiche.

«C’è un conflitto d’interessi, DiDi».

«Smettila di chiamarmi DiDi, Martin», lo minaccio puntandogli il dito contro. «Sapevo che eri una piccola merdina e sapevo anche che prima o poi avresti svelato quella tua patetica faccia da culo. Dì la verità, te la scopi, non è così?».

«Oh, Destiny…».

«Sarai il manager di quell’incapace di Crystal, non è vero?».

«Mi ha offerto un salario da capogiro, che diavolo avrei dovuto fare secondo te? Dovevo rimanere con la vecchia fino alla sua morte per poi trovarmi disoccupato?», sibila contro la mia faccia. «E se fossi in te, inizierei a guardarmi intorno. Che ti inventerai quando Lively non avrà più un cazzo da fare tutto il giorno e rimarrai senza uno straccio di stipendio?».

«Merda», ribadisco. «Sei. Una vera. Merda».

«E sì, DiDi, me la scopo e non sai quanto mi piace. E se posso permettermi, forse è il caso che molli i vibratori e inizi a guardarti intorno prima che ti spuntino le ragnatele».

La mia faccia va a fuoco. Lo so. Non c’è bisogno di vederla. Sento il calore che mi avvampa e non posso contrastarlo. Colpita e affondata. Non ricordo nemmeno più da quanto tempo non mi faccio toccare da un uomo, porca miseria. La mia vita si divide tra casa e lavoro. Non ho tempo, né voglia, per altro. E quell’unica occasione che potrei avere a portata di mano, la scaccio con tutta me stessa.

«Sto per prenderti a schiaffi».

«Non cambierà le cose», mi informa Martin tranquillo. «Senti DiDi, lo dico per te. Parla con Lively, falle accettare che il suo tempo è passato. Non le manca niente, ha una bella casa, un marito che la ama, tre cazzo di gatti e due figli che le hanno dato cinque nipoti di cui occuparsi. È ora che si faccia da parte e che tu trovi qualcosa di più allettante da fare, non trovi? Sei brava, Destiny. Potresti…».

«Non dirlo nemmeno per scherzo».

«È un lavoro, DiDi, pagano bene. Nel caso cambiassi idea, sarei pronto a mettere una buona parola per te».

«Non accadrà Martin», ribadisco. «Non sarò l’assistente di una ragazzina viziata e incapace».

«Come vuoi», si rassegna e getta nel cestino la bottiglietta di succo ormai finita. «La settimana prossima, durante la riunione mensile, comunicheranno la cosa a Lively, sarebbe meglio per lei se fosse preparata ad affrontarla».

«Quando intendono sostituirla?».

«Non lo so con precisione, ma presto».

«Le si spezzerà il cuore».

«Liv è forte». Martin scuote le spalle e mi sorride apprensivo. La verità la conosciamo entrambi. Lively è davvero forte, ma io lo sarò abbastanza?

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